Can’t take it anymore

Voglio parlare di tolleranza perché io forse non ne ho più. L’ho finita. Chiedo scusa per le virgole, non sono tanto capace ad usare la punteggiatura o forse é meglio cosi, che questi pensieri arrivino cosi.

Ho una visione forse un po’ stramba della cosa. Forse la vedo da un altro punto di vista. Non lo so. Forse sto provando a cambiare idea. Lo devo a un padre che ha 70 anni ed è più aperto di me.

Vivere dall’altra parte del mondo aiuta forse, da un senso a certe cose e irrigidisce altre. Sono rientrata in Italia da praticamente un anno e mezzo e ora vedo più distintamente certe cose.

O forse sono tutti quei “Come cazzo stai?” che mi salgono dal cuore ogni volta che apro FB.

Vedo il razzismo bello chiaro di chi non saluta mio marito e il sollievo degli stessi nello scoprire che “almeno” é cattolico. Vedo il razzismo di chi urla che la fede mussulmana é guerra é male e bisogna chiudere le frontiere. Io ho incontrato un sacco di brave persone mussulmane e le Moschee sono bei posti, quanta storia hanno dietro. Per 3 anni ho vissuto in un paese profondamente mussulmano. Un paese che ha le sue regole e le sue distorsioni come ce l’hanno in Italia i cattolici con i preti pedofili, con lo sposarsi in bianco ed in Chiesa “perché è più romantico” anche se magari convivi da anni e hai 2 figli.

Io credo che l’unica famiglia possibile per me è quella fatta da una moglie un marito e dei figli ma chi sono io, parafrasando il Santo Padre, a dire che i gay vanno curati e sono una malattia?Io mi chiedo perché non hanno ancora i diritti legali delle altre coppie. Perché uno sceglie di credere, sceglie di diventare mussulmano o cattolico o fregarsene di tutto ma i diritti quelli devono essere per tutti.

Io ed Adrian abbiamo giurato davanti a Dio di essere famiglia, famiglia che accoglie le differenze che se ne fa ricchezza e io questo voglio testimoniare. Non sopporto il Genitore 1 e Genitore 2, non sopporto il fatto che nelle aule italiane non ci sia il crocifisso o che un bambino possa crescere con due mamme o con due papà, ma chi sono io per dire che la mia modalità è meglio di quella che pensa un altro?

Forse vivendo in un paese dove eravamo in qualche modo la minoranza come cattolici, forse vivendo come famiglia mista, quindi ancora minoranza una volta rientrata in Italia, ho imparato a capire chi non sta nello standard per non dire nella diversità.

Nella mia profonda fede cristiana che mi ha accompagnato dall’oratorio della periferia di Milano dove sono cresciuta, alla savana dimenticata da Dio di Dodoma, al casino delle strade di Nairobi, all’indifferenza del palazzo dove vivo ora nella periferia di Como porto tutto questo. Provare il silenzio, provare a condividere e a capire le esigenze e le difficoltà dell’altro con la propria storia. Detesto chi sta urlando in questi giorni, chi si attacca su robe che non sono costruttive e detesto chi offende. Si perché alla libertà di espressione c’è un limite. Ci deve essere. Me l’ha insegnato vivere cosi lontano dai miei convincimenti cattolici senza perderli mai. Forse un po’ di tempo di riflessione senza uccidersi usando i social ci farebbe davvero molto bene.

Ora sto in silenzio anche io.

Our big fat italian goan wedding | la preparazione

Ragazzi il periodaccio sembra volgere al termine. Come sapete non amo raccontare cose tristi. Per questo motivo negli scorsi 2 mesi mi sono autocensurata. Si sentono cosi tante robe tristi che uno non le vuole leggere pure su un blog.

Riprendo ora, perchè il periodo peggiore sembra ormai passato e mi è venuta voglia di raccontarvi.

Raccontarvi l’organizzazione del nostro grosso grasso matrimonio italo-goano. Non smetterò mai di dirlo,  l’organizzazione di un matrimonio è un casino bestiale soprattutto perchè se dai ascolto a tutti impazzisci. Anche tua mamma, che di solito non fa nessun commento e ti lascia fare, per il matrimonio a forza di “lo faccio per il tuo bene” avrà da dire e a volte sarà cosi forte da non lasciarti scampo alcuno.

E’ necessario creare coalizioni familiari, cosi da evitare l’arrembaggio, e finire a scegliere cose che non c’entrano nulla con la vostra personalità. Io ho a volte detto di no e a volte mediato, poi col passare delle settimane ho notato che anche i punti più ostici si distendono anche tra due tradizioni diverse.

Ovviamente noi donne la facciamo da padrona, al futuro marito non gli interessa piu di tanto come saranno i centritavola, il guests book o i fiori in chiesa. Noi donne, invece, ci appassioniamo ad organizzare ogni particolare o almeno così è per me.

Amo entrare in relazione con persone nuove e questo matrimonio me ne sta dando la possibilità. Ho scelto di fare molto DIY o come si diceva un tempo FAI-DA-TE.

La prima cosa che abbiamo fatto è stato l’engagement shooting.

Eravamo ancora in Tanzania e il tutto è stato seguito dal nostro amico fotografo Savio Fonseca.

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Le partecipazioni le ho curate personalmente scegliendone il testo, la foto, il layout, la carta e abbellendole con un punch (punzone) di Martha Stewart comprato su Ebay dalla gentilissima Shantiline from Germany.

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Con questo punzone darò carattere a molti particolari del matrimonio che ovviamente sono ancora top secret.

Sto seguendo da sola anche bomboniere, centri tavola, libretti della messa, decorazioni varie e tableau de mariage.

Le partecipazioni le ho fatte stampare sotto casa mentre la carta e le buste le ho comprate da Pisotti.

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https://www.pisotti.it/

Milano Navigli, Italia

Qui ho trovato anche molta materia prima per la stampa dei menù e la creazione delle bomboniere e dei centri tavola.

Farò stampare il tutto da delle professioniste della stampa, Copisteria Orastudio. Sono amiche da tempo e adoro la loro serietà e simpatia.

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https://www.facebook.com/orastudio.ccb?sk=photos_stream

Milano Bicocca, Italia

Per quanto riguarda altri piccoli dettagli a cui tengo particolarmente, dopo attenta ricerca sul web, mi sono rivolta a:

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http://www.dsmeebee.com/

from Boston, USA che ho adorato sin dal primo click!

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 http://labottegadimelinda.blogspot.it/

from Saronno, Italia della gentilissima Manuela

La location del ricevimento è il carinissimo e molto family and animals friendly Agriturismo il Mulino.

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http://agriturismoilmulino.net

Casarile, Italia

Deborah, la responsabile eventi dell’agriturismo, è bravissima a seguire le richieste della coppia nonchè paziente e molto molto simpatica.

Il vestito della sposa? Volevo qualcosa di semplice che rispecchiasse il mio stile shabby chic e romantico. Al Centro Sposi Paradiso ho avuto, fin’ ora, un servizio molto professionale e all’altezza.

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Milano, Italia

Il vestito dello sposo?

Non potevamo che scegliere un classico “milanese”.

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Milano, Italia

Come fotografo, dato che non amiamo le pose tipiche da matrimonio, ma vorremmo qualcosa di più particolare abbiamo scelto Joep van Aert un giovane e talentuoso fotografo olandese.

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http://joepvanaertfotografeert.nl/

from Breda, Netherlands

Trucco e parrucco? Ho scelto una parrucchiera e truccatrice della mia zona di milano che ha già lavorato per matrimoni di amiche e quindi mi sono fidata. Non ho ancora fatto neanche una prova ma per evitare sprechi inutili di tempo e denaro meglio arrivare alla prova con una idea chiara di cosa si voglia. Vi racconterò.

Per quanto riguarda il fioraio, dato il periodo in cui si svolgerà il matrimonio, ci siamo rivolti ad un grossista, aperto tutto l’anno, del Mercato Ortofrutticolo e dei Fiori di Milano con cui riusciamo anche a risparmiare qualcosina.

Per Dj e animazione mi sono rivolta ad amici e familiari, perchè a far casino siamo più bravi dei professionisti. 😉

Cosa ne pensate?

A presto per nuovi aggiornamenti.

‘bri

Io che amo la terra.

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Le mie birkenstock sporche di terra rossa. L’odore dei campi concimati. Il sole già alto alle 8 del mattino. Il cigolio della bicicletta e il suono di una radio in lontananza.

E ancora.

Il rumore di un camion che a tutta velocità sta arrivando alla cantina, i cancelli che si aprono e via si inizia a vendemmiare.

Il pavimento della cantina tutto pieno di rametti di vite ormai senza acini. Quelli stanno già macinando in una macchina molto rumorosa. E poi ancora cassette piene d’uva, ragazzi neri locali che, come se non ci fosse un domani, svuotano le cassette dal camion alla cantina.

C’è tanto rumore e non è il momento per nient’altro. Fermarsi li.  Assaggiare l’uva. Capire se contiene abbastanza zucchero e sperare che nessun visitatore possa rovinare quel momento tanto atteso.

“Stasera si cena tardi, l’ultimo camion arriverà da un villaggio lontano.”

E l’uva no, con quel caldo, non puo aspettare.

Questo era in definitiva il momento piu bello. Superato forse da una cosa sola: assaggiare il primo vino. Quello che non si imbottiglierà mai perchè troppo novello, quello “provato dall’enologo”, quello “da sistemare”.

Io e te, collega mio, non ci siamo mai voluti bene davvero.

Non so, con te c’era un rapporto davvero strano. Eravamo stati catapultati li in mezzo al nulla da due mondi completamente diversi. Anche se entrambi Mediterranei ci ritrovavamo in poche cose.

Ho, però, un gran bel ricordo di te quando da semi sobrio hai voluto condividere come me qualche chicca del tuo mestiere.

Ricordo che avevo organizzato un wine tasting per la comunità di espatriati olandesi e tu dovevi parteciparvi inquanto conoscitore di vini. Ovviamente, ti eri negato qualche giorno prima lasciandomi in merda.

Forse proprio spinto da quel senso di onestà, che infondo mi ricordava che fossi Greco, mi avevi preparato ad affrontare quel pubblico di bevitori.

La serata andò bene. Ovviamente mi negasti ulteriori lezioni. Era nel tuo stile. Ormai lo sapevo.

Ma è verò si che ci facevamo anche delle grosse risate come quella volta in pullman. Era uno dei nostri tanti viaggi avanti e indientro dalla civiltà alla savana dimenticata da tutti. Tutto il bus inizia a tossire, non si capisce da dove arrivi questo fastidioso odore chimico. Allora un signore locale molto distinto si gira e ci dice in inglese:” What’s happening?” e tu con tutta la sicurezza del mondo e quell’accento greco che dio solo sa come tante ragazze trovassero sexy:” I think it’s like in the second world war, when Hitler decided to kill the Jewish with the gas. Now its our turn.”  Quanto ridemmo.

Oggi è nato Federico, figlio di due carissimi amici, e cosi mi è venuto in mente  tutto questo.

Forse perchè le cose belle sono quelle che si vivono con il corpo e a contatto con la terra.

 

‘bri.

Its a long walk

Latito dall’anno scorso.

Troppi colpi di scena della vita reale che anche io fatico a starci dietro.

L’organizzazione del matrimonio con tutti gli annessi scleri di madre e suocera ” perchè no figlia mia le bomboniere sembrano cheap! Sai che faccio? te le ordino senza dirtelo!”…e tu vai a spiegare a due donne terrone di 70 anni che le bomboniere non sono “da poveracci” ma sono shabby chic.

Poi c’è il lavoro…

Si quello con stipendio da paura ottenuto a novembre perso a marzo. Un record, davvero. Almeno avessi la colpa, “Guardi così non può andare, è troppo lenta…” no è ancora peggio, non si puo fare niente. L’azienda chiude e tu che ti sposi ad Agosto ti ritrovi in un mezzo incubo.

Dopo i primi giorni in cui pensi che buttarti sotto ad un treno sia la scelta migliore pensi che forse non è successo per caso, che quel lavoro non era abbastanza per te e tiri fuori dal cassetto quell’idea che da tempo avevi ma che mai avevi avuto il coraggio di condividere e sviluppare.

Questi mesi di lavoro in Svizzera sono stati conditi da una lettura profetica. L’autobiogafia di Nelson Mandela.

Quanta pazienza e forza d’animo in Madiba, quanta determinazione. Quante volte l’hanno picchiato e si è rialzato, quante volte l’hanno rinchiuso in una cella e lui ha sempre visto la libertà.

Quando ho finito di leggere “Long walk to freedom” mi spiaceva. Per me era diventato un fedele compagno. Ora lo venero quanto i Vangeli.

Quindi niente da fare si riparte, ma questa volta senza le valigie. Si rimettono assieme le idee, si cerca un lavoro onesto che paghi affitto e bollette ma si punta a volare alto.

Il destino, Il Signore o chi per lui mi ha voluto riportare qui nella mia terra e io solo ora me ne accorgo veramente. Da quando sono rientrata a novembre non ho avuto neanche un attimo di respiro.

Ora si è tempo di ripensare agli scorsi 3 anni e di portarne frutto qui, tra la mia gente.

Work in progress.

‘Bri

Ho imparato a vivere “senza” e quel “senza” me lo tengo caro

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E’ necessariamente tempo di dire qualcosa.

Sono rientrata in Italia definitivamente più di un mese fa e da quasi 4 settimane vivo ai bordi del confine italo-svizzero e lavoro a Lugano.

Il cambiamento dalla calda, incasinata e disorganizzata Tanzania alla quadrata e fredda Svizzera non mi ha colpito nel modo in cui mi sarei immaginata.

Certo il cambiamento di clima mi ha dato diversi sbalzi di umore ma il vero shock l’ hanno in definitiva fatto altre cose. Quelle piccole, quotidiane che manco ti aspetti.

In Africa per 3 anni ho imparato ad adattarmi a diverse situazioni e vivere molte volte “senza”. Il senza va doverosamente tra virgolette perchè mi fa ridere dire che ho vissuto senza una serie di agiatezze che da bianca ho sempre cercato ed avuto. Ma se mi fermo e ci penso quelle virgolette ce le metto io ma non ce le metterebbero tutti. Mi spiego, per me stare senza internet, luce, acqua qualche ora non è un vero SENZA, è una cosa che può succedere e ci si abitua all’alternativa. Ecco il problema vero è che tornando qui, nel mondo ultra super sviluppato mi accorgo che le persone non sono più abituate allo stare senza e a cercare e a vivere sereni con l’alternativa. La gente si agita davvero per le cazzate, parlo nella media ovviamente. Tira giù bestemmie e nervosismi per il lavoro, si incazza perchè il treno è in ritardo di 5 minuti, si indigna perchè il servizio telefonico non è perfetto…

Escono da lavoro e fermi in stazione a prendere il treno non riescono a non fumare come dei dannati, certo io arrivo da un paese dove davvero fumano in pochi. E i cellulari? Come diceva Adele in un live di qualche tempo fa “Oggi un essere umano non è niente senza un cellulare!”. Non dico che in Africa l’uso dei cellulari non sia smodato e fuori controllo ma qui è una questione diversa.

Se non hai l’ Iphone sei out, passabile un Samsung. Eh no cazzo, io per principio non cambierò il mio Blackberry perchè di spendere 500 euro per un telefono non ci penso neanche.

Ecco vedete, non capisco più, non ci sto più dentro a seguire certe fisse della gente. Sono una outsider e sinceramente ci sto bene.

Ringrazio me stessa per la scelta di andarmene perchè rientrando ho capito le vere gioie della vita: passare del tempo con gli amici veri ( anche sul divano di casa, chissene dove si va); fare una passeggiata; coltivare una passione; avere un sano rapporto lavoro-tempo libero.

Forse è la maturità dei quasi 30 anni, o forse il cambiamento di priorità, ma non farei mai e poi mai un lavoro che mi assorbisse la maggioranza del tempo della mia vita.

Ora che si avvicina Natale, non vedo l’ora di passare del buon tempo con la mia famiglia. Quella si in cui si urla e si scanna “amorevolmente”.

Viva le cose vere.

‘bri

Pinterest ti odio, si ecco, l ho detto!

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Non so voi, ma io qui sono un po in ansia.

Non parlo dell’attentato alla Westgate mall, quello anche se spaventa non può  e non deve condizionare le nostre vite, anche di noi che viviamo da questa parte di mondo dove la sicurezza è tanto aleatoria.

L’ansia sale per i cambiamenti che stanno per arrivare, così veloci, imminenti quasi non previsti.

A me e al mio ragazzo si prospettano dei mesi di distanza, entrambi con lavori nuovi, lontani dalla vita degli ultimi due anni.

Anche se sappiamo che si siamo forti abbastanza per superare dei mesi cosi, non è semplice pensarlo.

Ma a dirla poi tutta, quello che mi angoscia di più è l’organizzazione del matrimonio.

Una donna può studiare su Pinterest o su tutti i blog a tema del mondo quanto vuole ma poi si scontra con la dura verità, che non verrà mai nulla come in quelle stramaledettamente belle foto country chic che ha visto su Pinterest.

Ora io do piena fiducia al fotografo che ha fatto oggi lo shooting a me e ad Adrian per le partecipazioni ma… insomma speriamo bene.  Perchè no, non posso andare in sbatti di già per, semplicemente, LA foto da mettere sulla partecipazione!

Ovviamente, forse tutte lo diciamo: ” il mio matrimonio sarà un casino da organizzare!!!”

Prima di tutto perchè dovrà rispecchiare la coppia quindi molta italia ma anche tanta india. E come ce la portiamo l’India in Italia? e un tocco di Tanzania che è dove ci siamo conosciuti e abbiamo vissuto per due anni assieme non ce lo vuoi mettere?

Non mi piacciono i vestiti senza le maniche o le spalline ma non voglio spendere milioni. L’ 80% ha quell’odioso scollo a cuore.

Figuriamoci se metto i tacchi: uno perchè al futuro marito non piaccio con i tacchi alti e due perchè vorrei godermi la giornata senza la pena ai piedi.  Delirio scarpe quindi. Che a dirla tutta, è già iniziato!

Si perchè sconvolgendo le regole, ma per questioni di logistica, sono andata a vedere per le scarpe prima di qualsiasi idea sul vestito che indosserò. Si lo so, con il rischio che non ci stiano bene per nulla. Ma grazie alla buona stella, forse, non le ho trovate. Vi spiego. Volendo unire la tradizione italiana con quella indiana, sono andata alla ricerca negli svariati negozi indiani della città delle tipiche scarpe basse che le donne usano in alcune celebrazioni. Soprattutto nella cultura Punjab.

Niente, le provo, due pezzi di legno. Immettibili. Per non parlare poi delle fantasie che purtroppo non mi piacevano per nulla. Quindi questione scarpe rimane aperta.

Il vestito dello sposo poi sarà davvero divertente da trovare, credo avremo a disposizione al massimo 1 settimana. Ma visto che anche altri sposi in passato si sono ritrovati a comprarlo in un solo pomeriggio, bhe di quello mi preoccupo di meno.

Pensate che il cibo sia cosa semplice? Unire i gusti di tutti sarà molto difficile. Anche nel bere. Il padre dello sposo beve solo birra e di una sola marca Sud Africana che dubito di trovare in Italia.

E poi dove mettiamo a dormire 20, 30 persone provenienti dall’estero per la prima volta sul suolo italiano?  Ok, questi lo ammetto, sostituiscono i parenti terroni ma forse sono ancora più difficili.

Quindi carissimi amici vicini e lontani vi dico sin da subito 3 cose:

1- Questo blog da “serio” che era diventerà quello di una ragazza che si sta per sposare e che ha il fidanzato lontano…insomma abbiate pietà per gli attacchi da “donna con poco cervello!” che, papà lo sai, non sono! Quindi liberi di decidere di non leggermi più!

2- Siete tutti chiamati, secondo il vostro buon cuore, a…darme na mano! Non vi preoccupate sarete presto contattati per la suddivisione dei compiti! 😀

3- Per tutti quelli che a questo punto penseranno: ODDIO SI SPOSA, DEVO DIMAGRIRE! Per entrare nello spirito afro che ci sarà eccovi un po di Fitness made in P Square what else?

Tamarri?  si, come me ed Adrian! 😀

Statemi bene

‘Bri!

Il grandangolo non si vince con i punti dell’Iper

Partite!

Sto per rientrare in Italia ma credo che la decisione di partire 3 anni fa’ sia stata davvero molto importante. Il senso del mondo, di come funzionano certe cose, di come davvero ci sia tanta gente cattiva ma anche tanta gente tremendamente pronta a darti una mano…

…il senso del termine lavorare, amare, divertirsi…

E’ difficile spiegare quello che mi porto dentro ma sento che e’ estremamente importante condividerlo sopratutto con quei ragazzi che si sentono persi.

Io per sentirmi a posto con me stessa, per diventare piu’ forte, per imparare a cucinare, per imparare a lavare le mutande, per vedere che I poveri non sono tutti “poverini”, per vedere che I mussulmani sono anche brava gente sono dovuta partire.

Non importa da che famiglia vieni in italia: terrona, del nord, super acculturata o di operai, senza o con la Tv. La visione che avrai sul mondo sara’ quella di una macchina fotografica scadente, per vincere un grandangolo non servono I punti dell’Iper, serve la forza di rischiare ed uscire DA casa.

A “casa” e’ tutto bello, tutto facile.

Sentirsi per una volta straniero a “casa” di altri fa davvero crescere e ci rende piu’ umani, forse anche un po’ piu’ veri.

Io senza mezzi termini credo di aver fatto il militare qui in Tanzania. Ho certamente avuto momenti di super confort ma anche situazioni in cui ho dovuto contare solo su di me e la mia pelle.

Sono diventata molto piu’ critica con certe istituzioni che mangiano solo soldi perche’ hanno delle organizzazioni interne cosi costose che e’ proprio una stronzata dire che aiutino I poveri.

Preferisco un imprenditore che mi dice chiaramente che il suo obbiettivo e’ fare margine che uno che vuole salvare il mondo dalla malnutrizione e si porta a casa uno stipendio di settemila dollari al mese e guida un SUV nelle strade di un paese dove in media un locale si porta a casa 2 euro al giorno.

Sono certa che il dramma del mondo non sia che ci sia gente ricchissima e gente povera, ma l’egoismo.

L’egoismo che porta in alcune case di ricchi a far mangiare la governante per terra, perche’ non e’ “abbastanza” per sedersi a tavola, l’egoismo che porta certa gente a dover sbandierare ai quattro venti quanto sia ricco davanti a persone che per portare a casa 70 euro al mese fanno turni di lavoro infiniti.

L’egoismo della non condivisione.

Ecco, questa parola che si sussegue in continuazione nella mia vita, mi segue, anzi, mi accompagna.

Tutto e’ iniziato anni fa’ in Peru’ con un costante compartir per poi diventare un urlato, incazzato, stremato sharing.

Non credo proprio che il mondo che abbiamo oggi sia un bel mondo: l’egoismo, il razzismo sono sempre li. Cambiano forma, colore ma sono li. Pensare che no, siamo tutti uguali, e’ davvero ancora un concetto vago.

No carissimi non si puo’ salvare il mondo, non si puo’ salvare l’Africa e non veniteci in Africa per salvare gli africani. Loro stanno meglio se noi non ci siamo. Devono risolvere tanti problemi interni dei loro paesi che ben venga che trovino da soli le soluzioni e si prendano finalmente da soli tutte le ricchezze del loro paese. Utopia lo so. Ma il concetto che vorrei passare e’ un altro: se volete venire in Africa fatelo per salvare voi stessi! Fatelo per capire cosa davvero conta per voi, cosa volete fare della vita. Perche’ si davvero il Buon Dio ce ne ha data una sola.

Partite, tanto per tornare c’e’ sempre tempo!

Sempre, perche’ a 30 anni non si e’ vecchi. Qualcuno ve lo dira’, sorridete e mandatelo mentalmente a fanculo. Qualcuno vi dira’ che se siete donne valete meno, stringetegli la mano e ditegli arrivederci.

Un’altra porta si aprira’ e li vi diranno che siete ancora giovane, che l’esperienza che avete fatto in Africa non sono solo stellette sul cappotto ma sono skills che servono ad una azienda.

Vi fara’ paura, tremendamente paura. Ma ora avete imparato ( un po di piu’) il gioco della vita…

…uno, due, tre e si salta di nuovo.

Il meglio deve ancora venire.

‘Bri